In Anticorruzione CSR

maggio 2016 – La mappatura del mercato della contraffazione, effettuata da OCSE e EUIPO (Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale), che mostra una tendenza in crescita negli ultimi cinque anni, è l’occasione per ICC di rilanciare l’appello ai governi affinché si attui un rafforzamento delle misure necessarie a combattere questo mercato illegale. Il Rapporto OCSE-EUIPO intitolato “Commercio di merci contraffatte e di merci usurpative” disegna una mappa del fenomeno, la sua evoluzione e il suo impatto sull’economia.

Pur trattandosi di un’analisi basata su dati fermi al 2013 relativi a quasi mezzo milione di sequestri doganali, il Rapporto dà conto dell’enorme quota di commercio internazionale interessata dal fenomeno: il commercio internazionale di prodotti contraffattie la pirateria valgono 461 miliardi di dollari (338 miliardi di euro), pari al 2,5% degli scambi commerciali a livello mondiale. Nella sola UE tali prodotti hanno rappresentato ben il 5% delle importazioni totali, per un valore di 116 miliardi di dollari (85 miliardi di euro).
Sebbene i risultati dello studio attuale non siano direttamente paragonabili con i dati precedenti in possesso dell’OCSE per la diversa metodologia utilizzata, per comprendere meglio l’ordine di grandezza della crescita di questo fenomeno, nel 2008 la contraffazione rappresentava l’1,9% del commercio mondiale per un valore di 200 miliardi di dollari.

E’ possibile comunque trarre alcune considerazioni generali circa l’aumento in volume del commercio di prodotti contraffatti, ossia che il fenomeno della contraffazione certamente non è diminuito, anzi le opportunità di contraffazione sono aumentate grazie al commercio elettronico e alla globalizzazione e che la contraffazione rappresenta sempre più una grave minaccia per le economie moderne basate prevalentemente sulla conoscenza.
Geograficamente, il commercio di merci contraffatte e usurpative è un fenomeno globale: i prodotti contraffatti possono provenire da tutte le economie, anche se risalta il ruolo delle economie emergenti quali produttrici di beni contraffatti – in tal senso, la Cina si conferma il più grande produttore – o zone di transito – in particolare Hong Kong, Cina o Singapore quali centri nevralgici degli scambi commerciali mondiali, ma anche Paesi con governi estremamente deboli o caratterizzati da un a forte presenza di reti della criminalità organizzata o persino di strutture terroristiche (per esempio, Afghanistan o Siria – dei falsi verso i mercati di destinazione, costituiti in genere dai Paesi con redditi medi nonché dalle economie emergenti, che offrono le condizioni più favorevoli alla diffusione di questo mercato illegale.

La contraffazione colpisce una larga fascia di beni, da quelli di lusso – con grave danno per i marchi registrati nei principali Paesi OCSE, tra cui ovviamente l’Italia – a quelli industriali (quali macchinari, componenti di ricambio o sostanze chimiche). Se il primo posto nella classifica dei Paesi i cui marchi sono oggetto di contraffazione, in base ai sequestri effettuati, se lo aggiudicano gli Stati Uniti con il 20%, il 14,6% del falsi confiscati sono prodotti “Made in Italy”, in particolare abbigliamento, calzature e articoli di pelletteria. Seguono Francia (12,1%), Svizzera (11,7%), Giappone (8,2%) e Germania (7,5 per cento). A sorpresa, compare anche la Cina che brevetta: l’1,3% dei sequestri riguarda falso “Made in China”.

Particolarmente sensibile il fenomeno che colpisce beni di consumo quali i prodotti farmaceutici, gli alimenti e le bevande, le attrezzature mediche o i giocattoli per il loro impatto sulla salute e sulla sicurezza personale. Qualsiasi prodotto registrato, per il quale quindi la PI rappresenta un valore aggiunto che determina una differenziazione di prezzo rispetto ai prodotti simili non di marca, è a rischio contraffazione.
L’evoluzione che contraddistingue il fenomeno della contraffazione negli ultimi cinque anni riguarda non solo la provenienza geografica e i settori merceologici, ma anche la modalità di diffusione di tali prodotti: i contraffattori ricorrono sempre più a piccole spedizioni tramite posta, sia come conseguenza dell’incremento del commercio elettronico sia quale espediente per ridurre il rischio e le conseguenze finanziarie di un’eventuale individuazione da parte delle autorità di controllo.
Tra il 2011 e il 2013, infatti, il 62% della merce sequestrata è arrivata via posta, il 20% per via aerea, il 9% via mare e solo il 7% via camion. Cresce dunque la tendenza a spedire “falsi” e materiale “pirata” in piccoli pacchi via posta o tramite corriere.

Le confische per non più di 10 pezzi sono il 43% delle spedizioni fermate. Il Rapporto evidenzia come questa nuova modalità determini un aumento dei costi dei procedimenti (controlli, sequestri e distruzione) e dei tempi delle operazioni doganali e presenta ulteriori sfide significative per le autorità di contrasto per comprendere la natura e la portata del fenomeno in modo che gli Stati, individualmente e in modo coordinato, possano adottare politiche e soluzioni per l’attuazione.
Nonostante l’enormità dei dati che risultano dal Rapporto, il fenomeno potrebbe essere ancora più grande, non essendo disponibili dati aggregati relativi alla produzione e al commercio illegale di prodotti contraffatti nell’ambito del solo territorio nazionale, che sfuggono a queste rilevazioni.
“Ai governi di tutto il mondo occorrono dati affidabili e oggettivi per poter valutare il pericolo posto dalla contraffazione e dalla pirateria a livello nazionale, europeo e internazionale. Questa Rapporto fornisce loro un contributo per lo svolgimento di tale compito” ha dichiarato António Campinos, Direttore esecutivo dell’EUIPO. A commento dei risultati del Rapporto, Jeffrey Hardy, Direttore dell’ ICC Business Action to Stop Counterfeiting and Piracy (BASCAP) ha sottolineato come il ruolo dei governi sia importante nella lotta alla contraffazione e quanto sia essenziale a tal fine incrementare le misure volte alla protezione dei diritti di proprietà intellettuale e la loro stretta applicazione.

“Le misure adottate finora sono state evidentemente insufficienti, occorre un maggiore impegno al fine di combattere la contraffazione che sottrae investimenti e pone a rischio la salute e la sicurezza dei consumatori e sostenere la Proprietà Intellettuale quale motore di innovazione, sviluppo e occupazione nell’economia attuale”, ha dichiarato Hardy.

Il rapporto è disponibile al seguente link: Trade in Countefeit and Pirated Good

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